Gli auguri di Pasqua dell’arcivescovo: “In questi tempi drammatici mettiamoci accanto ai dimenticati”
4 Aprile 2026
Il messaggio per le comunità di Oristano e Ales-Terralba

Monsignor Roberto Carboni - Foto Santino Virdis
Oristano
Il messaggio per le comunità di Oristano e Ales-Terralba
Dire “Buona Pasqua” non può ridursi a una formula di rito: è un invito a riscoprirne il senso profondo, quello del “passaggio” dalla morte alla vita, dall’indifferenza alla responsabilità, dentro un tempo segnato da violenza e disuguaglianze. È questo il messaggio che l’arcivescovo monsignor Roberto Carboni ha rivolto alle sue comunità di Oristano e Ales – Terralba, nella giornata di oggi, Sabato Santo.
Riportiamo e pubblicchiamo il testo completo.
“Buona Pasqua! È questo l’augurio che ci scambieremo in questi giorni. Lo faremo
incontrandoci a Messa, ma anche salutandoci nei luoghi di impegno quotidiano. Ci
scambieremo gli auguri al telefono; molti di noi lo faranno sui canali social ormai
entrati nella quotidianità. Ma che significato hanno queste parole? Sono ancora un
augurio legato alla nostra fede cristiana? Dicendo buona Pasqua cosa vogliamo
realmente augurare?
Come è accaduto per il Natale, il calendario liturgico è stato sorpassato e sostituito dalla scansione inevitabile delle uova di cioccolata e delle colombe sugli scaffali dei grandi magazzini. Una celebrazione dell’acquisto a tutti i costi piuttosto che la memoria salvifica di un avvenimento. Ma la Pasqua cristiana ha un unico riferimento chiaro: il passaggio dalla morte alla vita del Signore Gesù.
I riti della Settimana Santa ci hanno preparato con la loro carica drammatica all’esplosione di gioia della Resurrezione. Siamo anche noi invitati a recarci di buon mattino al sepolcro, per sentirci dire Chi cercate? Non è qui, è risorto. La Pasqua è passaggio, passare oltre, come suggerisce il significato della parola. Gesù passa oltre la soglia della morte violenta sulla Croce e chiama anche noi a passare oltre, a entrare in un nuovo cammino di vita, allontanandoci da tutto ciò che mette un diaframma tra noi e Dio.
Stiamo vivendo in questi tempi drammatici un lungo Venerdì Santo, dove la violenza, la sopraffazione, il dolore dei piccoli e degli indifesi ha un posto centrale. Mettiamoci
accanto ai dimenticati, a quelli di cui ormai i giornali non parlano perché l’informazione ha bisogno continuamente di novità.
Proprio nell’oscurità di questo momento storico la nostra fede è ciò che può illuminare e muovere il nostro cuore alla condivisione, facendoci uscire dal disinteresse e dalla indifferenza. Dire Buona Pasqua è dunque invitare a fare un passo in avanti, afferrati e sostenuti dalle mani del Risorto che ci attira a sé per essere anche noi uomini e donne della resurrezione”.
Questa invece. l’omelia che l’arcivescovo Roberto Carboni ha tenuto Giovedì mattina in occasione della Messa Crismale, tra i momenti più importanti della vita diocesana, rivolta alle sue comunità diocesane di Oristano e Ales-Terralba.
“Carissimi presbiteri e diaconi, fratelli e sorelle,
questa è la settima Messa crismale che presiedo e celebro insieme a voi dal mio arrivo
nell’Arcidiocesi di Oristano. Rileggendo le omelie di questi anni ho ritrovato il richiamo alle urgenze e alle preoccupazioni che hanno segnato quest’arco di tempo. È presente lo sconcerto, anche a livello ecclesiale, portato dal Covid, a cui poi negli anni seguenti si sono aggiunti altri avvenimenti della Chiesa universale e della nostra Chiesa diocesana.
L’odierna riflessione è motivata dalla Parola di Dio che la liturgia ci propone, ma anche dalla realtà concreta che viene illuminata dalla Parola. Per questo motivo desidero prendere spunto per questa riflessione dall’avvio della mia prima Visita Pastorale alle comunità cristiane dell’Arcidiocesi. Il tema centrale che la guida, come più volte è stato ribadito, è quello dell’incontro: con la comunità, con i cristiani, con i presbiteri parroci e collaboratori, con le religiose, con la comunità civile. In una parola, l’incontro con il tessuto ecclesiale che costituisce le nostre comunità, accolto nella sua realtà non ideale o camuffata ma nella sua verità di aspetti positivi ma anche di fatiche. È presto per fare bilanci, dato che il cammino è ancora lungo, ma già dalle prime comunità che ho potuto visitare mi pare si stia realizzando quello che è il primo obiettivo della visita pastorale: stabilire un contatto concreto e vivo con la comunità e al tempo stesso offrirmi un’esperienza tangibile delle fatiche e delle potenzialità presenti anche nelle piccole realtà.
A mano a mano che mi avvicino alla vita delle parrocchie mi rendo conto di quanto bene sia presente, di quanti cristiani siano guidati dal Vangelo, di quanto impegno voi presbiteri mettiate nel vostro servizio pastorale, ma al tempo stesso emergono anche le lentezze, le fatiche, l’urgenza di un cambio nello stile pastorale e nella vita cristiana, necessario per rendere la nostra testimonianza più agile ed efficace in questo mondo in continuo e frenetico cambiamento, più attenti a quello che lo Spirito Santo ci suggerisce.
Una domanda sorge dall’esperienza di questi mesi di Visita pastorale: di che cosa hanno bisogno la nostra gente, le nostre comunità, i nostri cristiani? Le realtà parrocchiali mostrano una molteplicità di impegni, di strutture, di offerte formative. Ci diamo da fare per proporre cammini di approfondimento, incontri elaborati. Tutto ciò è utile, ma quello che mi pare di notare è che i fedeli apprezzano in modo evidente il tempo dato all’ascolto, al sacramento della riconciliazione, alla visita ai malati, alla
relazione personale. Sono cose che voi presbiteri già fate, ma che vi invito a rimettere
in cima alle vostre priorità. È forse questa una eccessiva semplificazione della proposta pastorale?
Il Vangelo di Luca che abbiamo ascoltato oggi (Lc 4,16-21) Gesù nella Sinagoga di Nazareth, è un invito autorevole a divenire strumenti di riconciliazione, di guarigione, di liberazione. Sono parole rivolte a tutti, ma noi, come presbiteri, dobbiamo farle risaltare in modo speciale nella nostra vita ministeriale. Nelle promesse sacerdotali ci viene chiesto di assumere l’impegno di essere ministri della misericordia, annunciatori della Parola e ministri dell’Eucaristia e a queste richieste noi abbiamo detto sì, lo voglio. È la nostra vocazione.
Un ulteriore elemento che vedo emergere durante la Visita Pastorale è quello che si
potrebbe definire, con preoccupazione, la fatica dei nostri cristiani a rendere ragione
della propria fede. Non parlo tanto dell’ignoranza delle cose della fede o della poca
dimestichezza con il catechismo, ma piuttosto di una fede che non è cresciuta, non ha
maturato. Sembra che spesso i nostri cristiani vivano dell’eredità rappresentata da
tante tradizioni, ma che non scendano in profondità, non abbiamo un reale incontro
con il Signore che incida nella vita cristiana quotidiana, fatta di adesione al Vangelo, di
preghiera, di scelta secondo Dio. Non si tratta di un giudizio sulle persone, dato che è il Signore che legge nell’intimo di ciascuno e conosce le motivazioni e i percorsi della
fede e l’adesione del cuore, ma piuttosto di una constatazione che rende più che mai
urgente l’offerta di formazione cristiana, non solo per i piccoli, cosa altamente
necessaria e anche da rivedere nelle sue forme e proposte, ma per gli adulti.
Credo che l’invito di Gesù ai discepoli, di fronte alla folla affamata: Date voi stessi da mangiare, possa essere letto come un invito pressante a preoccuparci di questa fame di Dio. Gli adulti spesso sembrano lontani, indifferenti, superficiali, ma nel profondo rimane il desiderio di Dio, il bisogno di incontrarlo; avvertono la necessità di qualcuno che li aiuti in questo cammino.
Riflettendo sempre su alcune impressioni date dalla Visita Pastorale, noto la fatica abbastanza evidente di suscitare una partecipazione e collaborazione effettiva ed efficace dei laici, perché il si è sempre fatto così, crea un atteggiamento di resistenza
verso la proposta di nuovi cammini. Conosco lo sforzo di tanti parroci con più comunità per creare una sinergia tra le varie comunità, su aspetti e progetti che si
possono condividere. Spesso incontrano resistenza e rifiuto proprio dai cristiani impegnati in parrocchia. Non dobbiamo scoraggiarci in questo sforzo, né abbandonare
questi progetti.
Fra i tanti aspetti che ho colto nella Visita, permettetemi un accenno a un tema che ha bisogno di essere ulteriormente approfondito anche in altre sedi: quello della solitudine dei presbiteri. Non si può fare una valutazione generale uguale per tutti,
poiché ci sono storie e situazioni diverse, ma si tratta di un aspetto da considerare con
attenzione e serietà. La formazione seminaristica, specialmente nel passato, educava a
una certa autonomia e solitudine, a una gestione in solitario della propria vita; inoltre
oggi è sempre più raro che membri della propria famiglia vivano con un presbitero, e
per questo l’esperienza della solitudine diventa sempre più impegnativa a causa del
peso del ministero, delle tante cose da fare, della complessità delle relazioni.
Dobbiamo riflettere seriamente e concretamente sulla possibilità di una vita in comune dei presbiteri. Vi sono esperienza in atto per coloro che svolgono ministeri pastorali nella stessa zona o servono le stesse comunità ma si potrebbe avere più coraggio, attuando altre forme; per esempio coloro che pur servendo diverse zone, possono ritrovarsi per una vita in comune. Ma questa decisione ha bisogno di un terreno favorevole: rifondare, rinsaldare, rivalutare le relazioni tra di noi, favorendo l’ascolto e l’aiuto reciproco. Dobbiamo superare tutti quegli atteggiamenti, a volte anche di critica, di opposizione, di situazioni appunto, che possono dividere. Ecco allora, cari presbiteri, che vi consegno in poche parole un programma di impegno: dedicare tempo all’ascolto delle persone, curare la formazione cristiana degli adulti, rinnovare le relazioni tra presbiteri.
Cari fedeli, se sino a ora mi sono rivolto ai presbiteri, non è certamente per escludervi da questo momento importante. Come cristiani delle comunità, siete chiamati ad essere protagonisti con i vostri presbiteri per creare un ambiente di comunità dove si possa crescere insieme, dove si viva la fede, dove ci si sostenga anche nei momenti di
difficoltà e di fatica. La Messa crismale è uno tra i momenti liturgici, se non il momento principale, in cui si rendono evidenti le diverse vocazioni della Chiesa.
Attraverso la consacrazione degli olii, annunciamo che il Signore agisce in mezzo alla sua Chiesa attraverso l’Eucaristia e gli altri sacramenti: dal Battesimo, alla Confermazione, dal Matrimonio all’ordinazione diaconale e sacerdotale, dall’Unzione degli infermi alla Riconciliazione. Qual è il vostro compito? Quello di essere presenti, soggetti attivi nella vita della comunità. Questo non sempre è facile, perché anche come presbiteri dobbiamo imparare quello stile di sinodalità di cui tanto si è parlato, di coinvolgimento e di ascolto delle sollecitazioni e dei suggerimenti dei collaboratori.
Desidero approfittare di questa circostanza per ringraziarvi del vostro impegno nelle comunità parrocchiali e per l’appoggio, l’affetto, il sostegno e la preghiera con la quale aiutate il cammino di servizio di ogni presbitero. Insieme a voi ringrazio ogni presbitero, i vostri parroci e i sacerdoti collaboratori, per il servizio che offrono alla Chiesa e alle vostre comunità.
Giubilei 2026. Rivolgo un affettuoso, cordiale, saluto al nostro arcivescovo emerito di Oristano, presente a questa Santa Messa Crismale, mons. Ignazio Sanna. Ricordiamo con affetto anche l’altro Arcivescovo emerito, S.E. mons. Pier Giuliano Tiddia. Salutiamo con affetto S.E.R. mons. Paolo Atzei, Arcivescovo emerito di Sassari, e presentiamo gli auguri per il 60° di ordinazione sacerdotale. Salutiamo i vescovi nativi della nostra diocesi: S.E. mons. Mauro Maria Morfino, Vescovo di Alghero-Bosa (nativo di Arborea); S.E. mons. Mario Fiandri, Vescovo Vicario Apostolico in Guatemala (nativo di Arborea). Così come salutiamo il nostro sacerdote in missione (Fidei Donum), don Luciano Ibba, a Cuzco (Perù).
Ricordiamo, per il 2026, gli anniversari di Ordinazione sacerdotale e altre date e circostanze significative: festeggia il 60° don Giovanni Peddio, parroco emerito di
Paulilatino; il 50° mons. Gianfranco Murru, arciprete del Capitolo Metropolitano e don Mario Conti, Vicario episcopale per la vita consacrata; il 25° don Ernest Roca; il 10° don Paolo Baroli; il loro primo anniversario don Francesco Soru, don Marco Ruggiu e il cappuccino fra Claudio Cau che ho ordinato qualche mese fa. Un ricordo affettuoso per i tanti sacerdoti anziani e malati che soffrono. Un ricordo speciale per i sacerdoti defunti nell’ultimo anno: mons. Nicola Cabiddu (deceduto i giorni scorsi, era il Decano del nostro Presbiterio Arborense, il 24 marzo scorso aveva compiuto 99 anni, con 76 anni di sacerdozio), don Alfredo Lecca, don Enrico Serra, mons. Italo Schirra, don Salvatore Uras.
Ricordiamoci di pregare per i seminaristi del Seminario Regionale: rafforziamo la nostra unanime preghiera affinché il Signore ci dia operai per la sua Messe. Qualche giorno fa sa sono state istituite le prime Lettrici e i primi Lettori laici della nostra Chiesa Arborense; preghiamo per i candidati al Diaconato permanente, e per la
Consacrazione Verginale.
Saluto i ragazzi e le ragazze che mediante l’unzione col nuovo Crisma, riceveranno la
Cresima durante quest’anno, sia da me durante la Visita Pastorale sia dai parroci, ai
quali ho concesso di conferire il sacramento della Confermazione. Saluto le monache di clausura dei tre monasteri cittadini, i religiosi e le religiose, i laici che operano nei Consigli economici e pastorali diocesani e parrocchiali; nelle Associazioni di volontariato, nelle Caritas parrocchiali e diocesana e nei vari organismi diocesani e parrocchiali”.
Roberto, Arcivescovo

Sabato, 4 aprile 2026