Da Oristano a Roma sui grandi set: Giovanni Maria Marchi, giovane video playback operator
21 Novembre 2025
Tra i suoi ultimi lavori, “Il Mostro” la serie tv targata Netflix

Giovanni Maria Marchi - Foto di Eleonora Chiodo
Oristano
Tra i suoi ultimi lavori, “Il Mostro” la serie tv targata Netflix
Umiltà, passione per il cinema sin da piccolo e voglia di imparare: questa è la storia di Giovanni Maria Marchi, 33 anni, nato a Oristano con radici gavoesi, oggi video playback operator sui set di alcune delle più importanti produzioni italiane.
L’ultimo progetto a cui ha lavorato è “Il Mostro”, la serie Netflix diretta da Stefano Sollima, che ricostruisce la cosiddetta “pista sarda” nel caso del Mostro di Firenze. Ma tra i suoi lavori più importanti figurano anche la serie “M. Il figlio del secolo”, “Emily in Paris”, il film “La città proibita” di Gabriele Mainetti e “Fuori” di Mario Martone.
Giovanni racconta il suo percorso, costruito passo dopo passo, senza scorciatoie e affidandosi solo alle proprie forze.
Dalla Sardegna alla penisola, Giovanni segue la sua passione per il cinema: dopo il liceo scientifico, studia al Dams di Bologna e si laurea nel 2017. La teoria, però, non gli basta.
«Dopo una base teorica sul cinema sentivo la necessità di avere una formazione pratica: il mio obiettivo era lavorare nel cinema», racconta. Per questo, nel gennaio 2018, si trasferisce a Roma per frequentare la scuola di cinema “Sentieri Selvaggi”. «All’inizio non sapevo cosa volessi fare, questa consapevolezza è arrivata man mano; sicuramente però volevo essere legato alla macchina da presa e a tutto ciò che concerne il lavoro di ripresa. All’inizio ero improntato sulla regia, ma poi mi sono fatto affascinare dalla fotografia».
Durante la scuola, Giovanni inizia a frequentare i suoi primi set come stagista, a svolgere qualche lavoro da videomaker finché a settembre 2019 entra come stagista in un rental, Panalight, punto di riferimento nazionale collegato a Panavision USA e Panavision Londra. «Un centro che mi ha permesso di imparare tantissimo: avevo a che fare ogni giorno con materiale tecnico e attrezzatura e ho conosciuto tanti professionisti, soprattutto del reparto macchina da presa. Sei mesi di apprendistato, in cui ho capito meglio cosa fare e quale potesse essere la mia strada».
Poi arriva la pandemia. «Ho finito l’apprendistato da Panalight il 28 febbraio 2020, dieci giorni prima del lockdown. E così sono rimasto sei mesi fermo, come tutti del resto, perdendo qualche contatto. Dovevo solo aspettare il mio momento». E quel momento arriva a settembre 2020, quando Giovanni viene chiamato come aggiunto sul set di “Domina”, una serie firmata Sky. «Da lì ho ricominciato ad avere connessioni, rapporti, a lavorare sempre di più. Prima mansioni semplici, poi sempre più complesse, fino al ruolo che ricopro ora».
Oggi Giovanni fa parte della squadra del direttore della fotografia Paolo Carnera. «Mi ritengo molto fortunato: a mio parere è uno dei direttori della fotografia più bravi degli ultimi 20,30 anni. Mi ha sempre richiamato per i suoi progetti e ho imparato tanto lavorando con lui. Collaboro anche con Stefano Sollima, che ha appunto diretto la serie “Il Mostro”: anche lui un grande maestro e professionista della fotografia».
E anche sul set de “Il Mostro”, Giovanni ha ricoperto il ruolo di video playback operator, una figura tecnica fondamentale nel settore audio-video, ma spesso poco conosciuta dal grande pubblico.
«Il mio lavoro consiste nel trasmettere, tramite un sistema di trasmettitori e ricevitori, il segnale video che esce dalla macchina da presa. Questo viene trasmesso poi, tramite onde radio a dei ricevitori che ho sparsi nel set ai quali collego vari monitor che possono servire ai reparti: al direttore della fotografia, al regista stesso, alla segretaria di edizione e così via. Dato che registro tutto quello che si sta girando, loro hanno poi modo di rivedere subito la scena».

«Prima di questo ruolo, ho ricoperto altre figure, come il cable – colui che si occupa dei cavi dei ricevitori che sono sparsi sul set – o il video assistant. Insomma, la classica gavetta. Poi, man mano che ho acquisito più consapevolezza e sicurezza nei miei mezzi, sono arrivato al mio lavoro attuale, e punto ad arrivare a livelli sempre più alti, anche in parallelo con l’avanzare della tecnologia, che è sempre più performante».
Tornando a “Il Mostro”, Giovanni ha lavorato alle riprese della serie per 18 settimane, da ottobre 2023 a febbraio 2024, con una breve pausa per le vacanze di Natale. «Con Stefano Sollima, durante il set, si è creato un rapporto umano molto bello. Essendomi avvicinato al cinema perché volevo fare regia, ora mi ritrovo in un ruolo che mi permette di sentire praticamente tutto e stare a stretto contatto con il regista: le indicazioni agli attori, la costruzione della scena… è gratificante oltre che una grande fortuna».
Sul set si respirava anche un po’ di aria di casa, quella della Sardegna. «Se da una parte ero l’unico sardo della troupe tecnica, il cast invece era praticamente all’80% sardo. Ho conosciuto attori bravissimi come Marco Bullita di Sassari, Giacomo Fadda di Cagliari e Valentino Mannias di Samassi ma originario di Villacidro. Con lui, ad esempio, tra un ciak e l’altro, capitava spesso che parlassimo in sardo, tipo “Oh, comment’ istasa? E tue? Tottu bei?”. A Roma questo succede raramente nei set: è stato bellissimo».
Un aneddoto? «Quando c’erano scene in sardo, Sollima a volte mi guardava e scherzava: “Com’era? Ti andava bene il sardo? Era credibile?”. Io non avevo nessuna valenza ufficiale – almeno credo – ma era divertente che chiedesse il mio parere».
Tra le sfide più difficili da affrontare, sicuramente ci sono state quelle climatiche.
«Il Mostro è stato impegnativo. Era un lavoro grosso e importante e tutti abbiamo lavorato al meglio per raggiungere l’obiettivo. La sfida più grande? Il clima. Abbiamo girato scene ambientate d’estate, nei mesi più freddi, spesso di notte o all’alba e in aperta campagna. Alcune location erano davvero complicate» ha raccontato Giovanni. Una su tutte: Testa di Lepre, vicino Roma. «Lì abbiamo passato due settimane con due gradi, attrezzatura che si gelava. Ogni volta che nominiamo quel posto ci viene un brivido».
«Anche “M” è stata tosta, così come “La città proibita”. In generale è raro che ci siano film semplici, ma è una fatica che ti gratifica, almeno per come la vivo io».

Per Giovanni, la bellezza del suo lavoro sta nella sua “varietà”: «Ogni lavoro è diverso, conosci persone nuove e posti nuovi. Grazie al cinema ho visto l’Abruzzo e il Gran Sasso, dove per andare a lavorare prendevamo la funivia; di recente ho avuto modo di girare la Puglia, mentre ero su un set a Lecce. O ancora, ho lavorato a Venezia: città già di suo incredibile, ma lavorarci lo è ancora di più. Sono esperienze uniche che diversamente forse non farei».
E pensando al futuro, c’è ancora la capitale. «Per ora devo restare a Roma: è il centro nevralgico del cinema italiano. Fosse per me, tornerei anche oggi in Sardegna, ma alla fine sono felice anche di stare qui: sono riuscito a costruirmi una vita, tra lavoro, affetti e nuove amicizie. E la cosa di cui sono più fiero è che, da outsider – se così si può dire – sono riuscito a integrarmi nel sistema cinema, da solo, con le mie sole forze e capacità, e questo non può che rendermi grato e felice».
Infine, Giovanni guarda anche alla regia, ma forse i tempi non sono ancora maturi: «Ci penso e ci ho pensato, ma la vedo ancora lontana dalle mie capacità. Non mi sento ancora pronto per lanciarmi nella regia, ma non mi sento di escludere nulla. Certo è che, con il percorso che ho iniziato nel reparto macchina da presa e fotografia, mi affascina molto anche la figura del direttore della fotografia, ma sento di dover studiare ancora e magari iniziare con qualche corto per testare le mie capacità. Tutto è in divenire, vedremo».

Venerdì, 21 novembre 2025