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Copertura con geomembrane per la discarica di Pauli Mattauri che si avvia alla chiusura

20 Agosto 2025

Dopo decenni di abbandono, il sito sarà bonificato e isolato, garantendo sicurezza ambientale e rinaturalizzazione dell’area

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Copertura con geomembrane per la discarica di Pauli Mattauri che si avvia alla chiusura

La discarica di Pauli Mattauri, nelle campagne di Silì

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Oristano

Dopo decenni di abbandono, il sito sarà bonificato e isolato, garantendo sicurezza ambientale e rinaturalizzazione dell’area

La discarica di Pauli Mattauri, nelle campagne di Silì, sarà coperta con un capping in geomembrane. La scelta del Comune, approvata da Arpas, dal Consorzio di Bonifica dell’Oristanese, da Anas, dall’Assessorato regionale alla Difesa dell’Ambiente e dalla Provincia di Oristano, è stata confermata durante una conferenza di servizi nelle scorse settimane. L’intervento di bonifica e copertura, annunciato lo scorso gennaio, avrà l’obiettivo di mettere in sicurezza l’area e ridurne l’impatto ambientale, risolvendo così un caso che si trascina da oltre 30 anni.

Il progetto prevede la realizzazione di una copertura finale multistrato, che isola i rifiuti dall’ambiente esterno. Questa soluzione non solo tutela l’ambiente, ma consente anche la rinaturalizzazione dell’area, migliorandone l’inserimento nel paesaggio.

Le geomembrane, la cui alternativa prevedeva l’uso di materiali naturali, sono state indicate dai tecnici come la soluzione più adatta per la sostenibilità ambientale, per il migliore impatto estetico e per la possibilità di superare le difficoltà legate alla reperibilità di alcuni materiali naturali, come l’argilla, oltre a comportare un costo inferiore. La prima opzione, con materiali naturali, avrebbe comportato un costo di 4.710.280 euro, mentre la soluzione con geomembrane ammonta a 4.291.000 euro, risultando quindi più vantaggiosa sia dal punto di vista tecnico sia economico.

Le analisi condotte sull’area della discarica hanno evidenziato un panorama eterogeneo di materiali. Sulla superficie sono stati rilevati blocchi lapidei e in CLS, residui da costruzioni e demolizioni di varie dimensioni, inerti di diverso tipo, frammenti contenenti amianto, pneumatici fuori uso, plastica e materiali ferrosi. Nelle zone vicine, tra la Zona A e la Zona B, erano presenti soprattutto inerti e frammenti di amianto, mentre nella Zona B si trovavano anche lastre di eternit, blocchi in CLS e persino residui di carcasse d’auto.

Nei mesi scorsi era stato approvato il quadro economico per i lavori di bonifica, predisposto dal responsabile unico del procedimento, Stefano Lochi, per un importo complessivo di 3,66 milioni di euro.

La discarica era stata autorizzata nel 1986 dall’Assessorato regionale all’Ambiente. Doveva servire come deposito di materiali inerti, da colmare nel giro di 2-3 anni, per poi ripristinare la destinazione agricola del terreno. Il Comune aveva preso in concessione il terreno dal proprietario, Gavino Porcu, ma, senza adeguati controlli e recinzioni, nella discarica finirono presto rifiuti di ogni tipo, coperti solo da una colata di terra.

Nel 1999 il proprietario citò in giudizio il Comune di Oristano, ottenendo una sentenza che obbligava l’amministrazione a pagare circa 50mila euro e a ripristinare l’area. Tuttavia, il Comune non intervenne e i solleciti del proprietario rimasero senza risposta. Seguì una nuova disputa legale, durante la quale il Comune propose di negoziare l’acquisto del terreno, soluzione risultata impraticabile poiché prima doveva ottemperare alla sentenza del Tribunale civile che lo obbligava a bonificare l’area.

La vicenda si è trascinata per anni, fino a una nuova svolta legale. Con la sentenza del 21 settembre scorso, il Tribunale Amministrativo Regionale della Sardegna ha accolto il ricorso presentato da Gavino Porcu, rappresentato dall’avvocato Raffaele Soddu. Il TAR ha ordinato al Comune di Oristano di eseguire quanto stabilito dalla sentenza del Tribunale civile, presentando un piano di adeguamento della discarica in conformità alla normativa entrata in vigore nel 2003, che prevede una serie di attività propedeutiche alla chiusura del sito, in linea con le crescenti esigenze di tutela ambientale.

La sentenza del TAR ha rafforzato l’urgenza per il Comune di intervenire, evidenziando il lungo percorso di inadempienze e le pesanti ricadute burocratiche e finanziarie di una questione che si trascina da oltre due decenni e che continuerà per altri 30 anni, considerato che anche dopo la chiusura la normativa prevede il monitoraggio della zona per i successivi tre decenni.

Mercoledì, 20 agosto 2025

Red
20 Agosto 2025

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