La rabbia di una studentessa oristanese: “Siamo stati abbandonati. Non ci sto più”

In una lettera alle Istituzioni, Lucrezia Lacasella chiede più chiarezza e organizzazione

Lucrezia Lacasella – Foto da Facebook

“Mi dispiace, ma io non ci sto più”. Inizia con queste parole la lettera nella quale Lucrezia Lacasella, studentessa di 16 anni del liceo classico De Castro di Oristano, ha voluto sfogare le sue emozioni, la sua rabbia verso le istituzioni che hanno abbandonato tanti studenti come lei, in questo momento per loro così difficile, lasciandoli nella “nebulosità”.

Con grade lucidità e forza, nella lettera Lucrezia si mostra sinceramente dispiaciuta, delusa, perché ha sentito sgretolare sotto i propri piedi uno dei pilastri che la tenevano su: “lo Stato e la giustizia”, a cui aveva sempre portato rispetto e fiducia.

Lucrezia, che è anche presidentessa del presidio oristanese “Libera contro le mafie”, questo senso di sconforto lo butta fuori e lo esprime nero su bianco, con uno sguardo particolare ai maturandi, ma non solo. Costretti a casa dall’epidemia, professori e studenti, dell’ultimo anno sono stati abbandonati: a un mese dall’esame di maturità, ancora non sanno in che modo dovranno affrontare una delle sfide più attese e complicate della loro vita.

“Credo che qui non si parli più di esami, ma di diritti”, spiega Lucrezia.

Di seguito pubblichiamo integralmente la lettera di Lucrezia.

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Mi dispiace, ma io non ci sto più.
Mi chiamo Lucrezia, ho 16 anni, e frequento un Liceo Classico. Vivo ad Oristano, una piccola provincia di Sardegna.
Da quando questa pandemia ci ha lasciato tutti a casa, ci sono stati grandi momenti di scompiglio e confusione, situazioni assolutamente comprensibili dato il momento storico così drastico e importante che stiamo vivendo.
Questo virus ha lasciato moltissime persone a casa, tra cui noi studenti.
Studenti che in questi mesi hanno lavorato sodo con i professori, sempre disponibili e sempre attenti non solo al lato scolastico, ma anche al lato morale e umanistico (come d’altronde hanno sempre fatto, ma nessuno ha mai avuto la carineria di riconoscerglielo).
Per molti di noi, tra studenti e professori, diciamocela tutta, non è stata una vera e propria passeggiata.
Ci siamo ritrovati a doverci interfacciare con una realtà mai vissuta prima.
Per fortuna la tecnologia ci è venuta incontro, ma ahimè, non a tutti.
Perché molti di noi non avevano accesso a una connessione stabile, a un computer che potesse supportare le video lezioni, alcuni a un telefono.
Ma non importa, con l’aiuto di persone che realmente tenevano al nostro stato, sia morale che “professionale”, ce l’abbiamo fatta.
Ci siamo arrangiati in qualche maniera.
Quello che mi fa arrabbiare, non è il menefreghismo mostrato verso noi ragazzi (perché vi ricordo che per cercare di uscirne puliti non vi bastava consegnare due computer, per giunta etichettando i ragazzi che li ricevevano come i “più bisognosi”), non è la situazione che ha costretto tutti noi studenti e, prima di essere studenti, bambini/adolescenti/ragazzi dell’università a stare a casa cercando di fare il possibile per non ammalarci mentalmente. (Perchè ricordatevi che le malattie, quelle che fate finta di non vedere per qualche forma di bigottismo non ancora crollato, ci sono) e credetemi, potrei stare qua altre tre pandemie a raccontarvi tutti i motivi per cui dovrei essere arrabbiata.
Ma c’è una cosa che proprio non tollero, la nebulosità.
Quel grigio come risposta dopo il punto interrogativo, che da mesi ci viene propinato con la speranza di tenerci a bada.
In due mesi in cui noi studenti e professori siamo a casa in cerca di una soluzione per non perdere quel minimo di contatto umano, a un mese dalla fine della scuola, ma sopratutto, a un mese dagli esami per i ragazzi della terza media e dell’ultimo anno di Liceo, non sono ancora stati in grado di comunicare qualcosa di concreto, di sicuro. Ero preparata da parte dei giornaletti alla “comunicazione” ambigua e soprattutto non conforme a quello che scrivevano due minuti prima, perché giornaletti sono qua in Italia, a parte qualche rara eccezione.
Ma non mi aspettavo così poca chiarezza, dalle persone che in questo momento dovrebbero tutelare noi studenti, che spesso veniamo accantonati e buttati nel dimenticatoio, come si può evincere dalle strutture mancanti, che addirittura possono caderti addosso da un momento all’altro, dalle attrezzature (tecnologiche, manuali, di qualsiasi tipo) anch’esse mancanti, dai topi che fanno lezione con noi, dai termosifoni spenti a Gennaio e via dicendo.
Mi aspettavo, e mi auguravo, che i nostri diritti potessero essere tutelati almeno per questa volta, almeno in questa situazione.
Mi aspettavo che potessimo essere sereni almeno da questo punto di vista.
E invece no.
A un mese dalla fine dell’anno scolastico, e per molti ad un mese dall’inizio degli esami che, ricordo, sono una delle cose più belle e più temute di tutta la vita (perlomeno, mi auguro), non sappiamo ancora cosa fare.
Non sappiamo ancora le modalità dei vari esami, non sappiamo le modalità di valutazione per l’ammissione all’anno venturo, non sappiamo nulla.
Nessuno di noi sa niente.
E con noi, i professori, che non sanno più cosa risponderci.
Che non sanno più come cercare di tranquillizzarci e farci ancora sperare in qualcosa di positivo.
Perché sono stanchi anche loro, noi lo percepiamo, percepiamo la paura nei loro occhi quando chiediamo loro che cosa ne sarà.
Mia madre mi ha sempre insegnato il rispetto e la fiducia verso lo Stato e verso la giustizia.
È una delle cose che non dimenticherò mai, forse più che il rispetto e la fiducia, l’amore verso lo Stato e la giustizia.
Però, a dirla tutta, non pensavo che sareste stati proprio voi amministratori dello Stato a farmi dubitare di questo amore.

Lucrezia Lacasella
presidente del presidio Oristanese Libera contro le mafie

Sabato, 9 maggio 2020

2 Commenti

  1. Concordo e mi unisco alla critica ma non verso lo Stato in senso generale, piuttosto verso questa classe politica che ci governa perché cara Lucrezia sono loro che in questo momento storico, per quanto eccezionale e complicato, ci governano. Sono loro che nel nostro interesse hanno deciso di chiudere tutto. Ma sono anche loro che, almeno per la scuola, hanno sbandierato dal primo momento il “tutti promossi”, un modo semplice per nascondere la testa sotto la sabbia, fregarsene del ritardo cronico della digitalizzazione del Paese e evitare di dover trovare una soluzione seria al problema. Tu Lucrezia, giustamente ti poni dei problemi seri per te per il tuo futuro scolastico e per i tuoi compagni di maturità, ma credimi alla maggior parte dei ragazzi credo vada di lusso così. E questo, secondo me, vale anche per una parte di docenti e molti dirigenti.
    Questo governo ha una chiara linea d’azione, riunirsi, fare proclami, riunirsi ancora e via di seguito senza proporre soluzioni valide e concrete. Personalmente credo che gli studenti arriveranno a settembre senza certezze portandosi dietro tutto il peggio di questi mesi e tutto riprenderà come se nulla fosse accaduto…forse. Un dirigente scolastico mi ha detto…d’altronde questa pandemia è una cosa eccezionale, l’importante è superarla, la didattica lascia il tempo che trova. Coraggio.

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