Nicola Usai, medico volontario in Sudan: anche le parole possono essere una cura

Il cardiologo oristanese racconta la sua esperienza nella squadra di Emergency

Nicola Usai con alcuni giovanissimi pazienti

Immaginate il Sudan: il suo deserto, i villaggi nelle periferie che litigano con i palazzi della capitale. Immaginate un centro cardiologico di primo livello: non un ospedale da campo, fatto di tende e dottori che operano in mezzo al fango, ma una struttura modello con 400 operatori sanitari.

Proprio a Khartoum, Emergency ha costruto il miglior ospedale specializzato di tutto il centro Africa, un’oasi di speranza che dispensa assistenza cardiologica gratuita a chi, purtroppo, è nato nella parte sfortunata del mondo.

Tra i 400 angeli col camice bianco c’era anche Nicola Usai, cardiologo oristanese di 31 anni, volontario per 6 mesi nella squadra di Gino Strada, il fondatore di Emergency.

Nicola Usai con alcuni colleghi

“Ho scelto di arruolarmi nella squadra Emergency per tre motivi”, ci racconta Nicola, noto a tutti come Nino. “Volevo capire che cosa fosse l’assistenza medica in un paese sottosviluppato; avevo perso fiducia nel nostro sistema sanitario, che si sta riducendo all’osso, mentre la distanza tra medico e paziente non fa che aumentare; e volevo sfidare me stesso, mettere alla prova le mie conoscenze”.

Dopo l’esperienza al Centro cardiologico Salam, Nicola ha riportato a casa un bagaglio professionale nel quale pesa soprattutto l’esperienza umana: una pioggia inaspettata di emozioni tra il caldo africano.

Nicola Usai scherza con alcuni bambini ricoverati

“Quest’esperienza mi ha fatto accumulare sensazioni mai provate nella mia vita”, racconta Nino, con la voce rotta dall’emozione. “Ogni giorno vedevo persone che non avevano niente, ma che cercavano sempre di darti tutto. Stando in mezzo a loro ho respirato un senso sociale, di comunità, mai sperimentato prima. Noi eravamo la loro unica speranza: l’alternativa era morire per strada”.

Il Centro Salam gestisce oltre 200 pazienti al giorno. Essendo un centro specializzato, le visite possono durare tanto tempo e i pazienti possono essere costretti a lunghe attese. “Nessuno si lamentava”, spiega Nino. “Se c’era da aspettare, aspettavano anche delle ore. I pazienti si aiutano molto tra di loro, non lasciano indietro nessuno. È il loro modo di fare. Basta pensare che mi regalavano sempre qualcosa: vestiti, oggetti di artigianato, e mi offrivano il caffé, anche se il ricco ero io”.

Nicola Usai vestito in abiti tradizionali in Sudan

“L’unico muro tra me e quelle persone era la lingua”, continua a raccontare Nino. “In ospedale, con i miei colleghi, parlavo inglese, ma per dialogare con loro avevo bisogno di un interprete che parlasse arabo”.

“C’è una fiducia cieca nei confronti del medico”, osserva Nicola. “Molto spesso mi son trovato a dover consigliare l’interruzione di gravidanza per evitare la morte di una paziente. In Sudan vige la Sharia, quindi a decidere del destino di una donna è il marito, o il figlio maggiore. L’aborto è considerato un omicidio, una scelta inconcepibile. Nel 99% dei casi di questo genere in cui mi sono imbattuto, son sempre riuscito a far comprendere alla paziente la necessità di quella scelta. Significa che con il dialogo, con la comunicazione, puoi salvare una vita”.

“Queste esperienze sul campo mi mancano”, conclude Nino. “Una volta tornato a casa, per molti miei colleghi sardi ero rimasto indietro, era come se avessi perso il treno della medicina convenzionale. Non capiscono che quell’esperienza è stata un dono. Studiare è importantissimo, non lo voglio assolutamente mettere in dubbio, ma nessun libro può insegnarti che cosa sia la solidarietà, e come questa sia davvero una ricchezza”.

Nicola Usai al Centro Salam di Emergency

Giovedì, 20 febbraio 2020

1 commento

  1. Nicola hai fatto una scelta bellissima! Solo chi vive in prima persona le difficoltà dei paesi più poveri sa cosa vuol dire lottare per vivere e vedere la figura del medico in modo diverso! Son contenta per te e di averti conosciuto Tvb

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